Auto nuove, la crisi delle materie prime aumenta il prezzo di listino: le stime
La crisi delle materie prime ha creato condizioni ideali per l’aumento dei prezzi. GM, Ford e Stellantis prevedono costi aggiuntivi salati
Caro carburante, aumento del prezzo dell’asfalto, incremento delle emissioni inquinanti; all’elenco delle conseguenze (oltre a quelle più drammatiche di morti e distruzioni) della guerra in Iran bisogna anche aggiungere quelli legati ai prezzi delle auto. Sì, perché quando si compra un’auto nuova, il prezzo finale include (anche) decine di materie prime tra cui acciaio, rame, plastica, gomma e alluminio. Soprattutto quest’ultimo, visto che il settore auto lo utilizza da decenni per alleggerire i veicoli, migliorare i consumi e ridurre le emissioni. È proprio l’alluminio a trovarsi oggi al centro di una crisi che rischia di tradursi in aumenti sensibili sui listini delle auto nuove.
La situazione internazionale
Il prezzo di una tonnellata di alluminio è quasi raddoppiato rispetto a dodici mesi fa, passando da circa 3.220 a oltre 6.100 dollari. Queste le stime di S&P Global Energy. A incidere su questa situazione ci sono almeno due cause. Da un lato, i dazi del 50% sull’alluminio importato imposti dall’amministrazione Trump, che avevano già fatto scattare l’allarme mesi fa. Dall’altro, la chiusura dello Stretto di Hormuz in seguito agli attacchi americani e israeliani sull’Iran a fine febbraio. Il Golfo Persico è responsabile di circa un quinto delle esportazioni mondiali di alluminio, e quella rotta è ora bloccata al traffico commerciale.
L’effetto è stato immediato. L’alluminio sul London Metal Exchange è salito di oltre il 13% dal momento degli attacchi su Iran, toccando i livelli più alti dal 2022. Gli analisti hanno rivisto al ribasso le stime sulla crescita dell’offerta mondiale per il 2026, portandole dallo 0,3% rispetto a una previsione precedente del 2,4%.
Il quadro non migliora guardando alle altre materie prime. I derivati del petrolio usati nella lavorazione delle plastiche sono anch’essi più difficili da approvvigionare da quando lo Stretto è chiuso. Il rame, essenziale per i cablaggi elettrici (sempre più presenti sulle auto moderne) è diventato anch’esso più costoso.
Le conseguenze e sul costo dei listini
Per Ford la situazione è particolarmente critica. L’F-Series, il pickup più venduto negli Stati Uniti, ha la carrozzeria in alluminio. Ford ha già chiesto all’amministrazione Trump una deroga al dazio del 50% sull’alluminio importato e ha raddoppiato le stime sulla spesa in materie prime rispetto al 2024, portandola a circa 2 miliardi di dollari. Stellantis ha invece optato per una decisione più drastica, fermando la produzione nello stabilimento di Windsor, in Ontario, dove si assemblano Chrysler Pacifica, Voyager e Dodge Charger Daytona, con migliaia di lavoratori rimasti a casa.
GM, Ford e Stellantis hanno tutti riconosciuto, nei rispettivi risultati del primo trimestre 2026, di attendersi un aumento dei costi sulle materie prime. Il totale combinato potrebbe superare di 5 miliardi di dollari le previsioni originali per quest’anno. Secondo le stime del Financial Times, basate sui dati del London Metal Exchange, la situazione potrebbe aggiungere tra 500 e 1.500 dollari (circa 450-1.350 euro) al costo di produzione di ciascun veicolo. Un aumento che i costruttori difficilmente assorbiranno senza trasferirlo, almeno in parte, sui prezzi finali.