Dopo un investimento da 1,5 miliardi, Volkswagen stoppa l'alleanza con Bosch
Volge al termine la collaborazione tra Volkswagen e Bosch per la guida autonoma. Troppi alti gli investimenti a fronte di risultati deludenti
La questione Volkswagen e il suo riassetto per gestire una crisi mai così profonda, tiene ancora banco. Dopo l’ipotesi di un taglio al personale di 100.000 persone e la chiusura di ben quattro fabbriche europee, il colosso tedesco si vede costretto a fare un passo indietro anche nella “santa” alleanza con Bosch. Dopo un investimento da 1,5 miliardi di euro, da Wolfsburg è arrivata la decisione di non proseguire nelle strada verso l’automazione. Dunque, ci apprestiamo ad archiviare una collaborazione in cui sono stati impiegati oltre 1.000 sviluppatori, dopo che nel 2022 era nata la collaborazione tra Bosch e la filiale software di VW, Cariad, che avrebbe dovuto rappresentare la risposta europea allo strapotere tecnologico di Tesla e alla crescente pressione dei produttori cinesi.
I motivi della rottura
L’obiettivo molto più che ambizioso di questa partnership tedesca era la creazione di una piattaforma unitaria per i sistemi di assistenza alla guida e il raggiungimento del livello SAE 3 di automazione. Tuttavia, all’interno di Volkswagen sono emersi forti dubbi sulla sostenibilità futura del progetto. I progressi nello sviluppo sono stati giudicati troppo lenti dai vertici del gruppo, e i risultati finora raggiunti non sono considerati competitivi.
In particolare, viene vista con criticità la situazione dei sistemi “Level 2++”, ovvero le funzioni di automazione urbana che permettono al guidatore di staccare temporaneamente le mani dal volante. In questo specifico settore, Volkswagen riconosce un netto svantaggio rispetto ai concorrenti internazionali. Sebbene né Cariad né Bosch abbiano ancora confermato ufficialmente la fine della cooperazione, entrambe le società hanno ammesso che le partnership vengono regolarmente valutate in base alla coerenza con gli obiettivi strategici e alle mutate condizioni di mercato.
La ristrutturazione di Oliver Blume
Questa manovra si inserisce in un quadro di profonda revisione aziendale guidata dal CEO del gruppo, Oliver Blume. Sotto la sua direzione, Volkswagen sta accelerando lo sviluppo tecnologico in Cina, dove i progressi sembrano essere molto più rapidi rispetto ai progetti nel Vecchio Continente. Contemporaneamente, il gruppo sta affrontando una crisi strutturale che impone un drastico programma di austerità.
Il piano di risparmi prevede una riduzione della forza lavoro che potrebbe toccare i 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo, pari a circa il 15% del personale totale. Per la prima volta, si discute apertamente della possibile chiusura di siti storici in Germania, tra cui Hannover, Zwickau, Emden e lo stabilimento Audi di Neckarsulm. Tali chiusure metterebbero a rischio circa 40.000 dipendenti e una capacità produttiva di 750.000 veicoli all’anno.
Un modello di business in discussione
La crisi non riguarda solo i costi, ma l’intero modello operativo di Volkswagen. Il concetto di “sviluppare in Germania e produrre in Europa per vendere nel mondo” sembra non funzionare più di fronte all’aumento dei costi di sviluppo e alla pressione sui prezzi esercitata dai produttori cinesi. Per recuperare redditività, entro il 2030 i costi amministrativi dovranno scendere di 11 miliardi di euro.
Il ridimensionamento passerà anche attraverso una semplificazione dell’offerta commerciale: il portafoglio di modelli sarà drasticamente ridotto, passando dalle attuali 150 varianti a meno di 100. Insomma, il riassetto è in corso e niente più asset all’interno del gruppo tedesco sono più salde come un tempo. Vedremo se tutte queste manovre salveranno una delle più importanti realtà europee o, se come sostengono in Germania, il peggio dovrà ancora venire.