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Battery locking, l’autonomia delle BEV si riduce dopo gli aggiornamenti OTA

Battery Locking, il caso si espande in Cina: oltre 12.000 denunce in un mese, otto costruttori coinvolti, tre sotto indagine

Battery locking, l’autonomia delle BEV si riduce dopo gli aggiornamenti OTA
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Daniele Di Geronimo
Daniele Di Geronimo
Pubblicato il 12 mag 2026

Il problema della cosiddetta obsolescenza programmata (la pratica per cui un prodotto viene deliberatamente progettato o aggiornato per ridurne le prestazioni nel tempo, spingendo il consumatore a sostituirlo) è ampiamente noto in diversi settori. Ora sembra aver raggiunto anche quello delle auto elettriche. In Cina, infatti, sta emergendo un fenomeno noto come “battery locking” per il quale dopo un aggiornamento software l’autonomia della vettura si riduce. Il tutto senza un avviso e il relativo consenso esplicito del proprietario del mezzo.

Il caso

Solo a marzo la piattaforma nazionale cinese per i reclami dei consumatori ha ricevuto oltre 12.000 segnalazioni relative al cosiddetto “battery locking”, con un aumento del 273% rispetto all’anno precedente. Il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology ha convocato otto costruttori e avviato indagini formali su tre di essi. Due aziende hanno ritirato i pacchetti di aggiornamento contestati e promesso di ripristinare le prestazioni originali dei veicoli. Quindi un’ammissione di responsabilità.

Il “battery locking” è la pratica con cui un costruttore modifica da remoto i parametri del sistema di gestione della batteria (soglie di carica, profondità di scarica, potenza massima in ricarica) attraverso un aggiornamento OTA, senza informare esplicitamente il proprietario. È interessante (oltre che corretto) spiegare che alla base di questo approccio c’è una motivazione tecnica. I costruttori prevedono questo aggiornamento OTA per limitare lo stress termico delle batterie e ridurre il rischio di incendi e rallentare il degrado chimico delle celle. Il problema però resta, anche “solo” nella forma. Intervenire sull’auto di qualcun altro senza dichiararlo non è corretto. E apre le porte a tante possibili speculazioni (e visioni distopiche) sul controllo delle auto elettriche.

Le testimonianze

L’emittente di Stato CCTV ha raccolto diverse testimonianze sulla vicenda, come quelle di automobilisti che raccontano della propria auto che ha un’autonomia dichiarata di 510 km e che, dopo un aggiornamento notturno, non riusciva più a superare i 300 km. I tempi di ricarica rapida, da 40 a 70 minuti. Un proprietario ha raccontato che prima della modifica la sua auto accettava oltre 100 kWh in ricarica; dopo si fermava intorno agli 80 kWh.

BYD, Tesla, NIO, Xpeng, Zeekr e GAC Aion hanno tutti smentito di essere stati convocati dai regolatori, definendo le liste circolate sui social come “pure voci” generate da account che utilizzavano l’intelligenza artificiale per amplificare informazioni false. BYD ha dichiarato di aver raccolto prove per eventuali azioni legali contro chi ha diffuso le notizie. La stessa CCTV ha successivamente corretto il proprio report, precisando che gli otto costruttori convocati erano stati chiamati per questioni diverse e non esclusivamente per il battery locking.

Intanto il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology e l’Amministrazione Statale per la Regolazione del Mercato hanno aggiornato le regole sugli aggiornamenti OTA, introducendo diversi divieti espliciti. Oltre allo stop al battery locking non dichiarato, sono vietati gli aggiornamenti imposti senza informativa al proprietario e l’uso degli OTA per aggirare i richiami obbligatori.

Il problema degli aggiornamenti OTA

Gli aggiornamenti OTA sono ormai uno strumento ampiamente diffuso per tutti i costruttori di auto elettriche. Sulla materia si è già ampiamente discusso anche quando questo strumento viene utilizzato per sbloccare, a pagamento, funzioni aggiuntive.

Resta da capire quanti dei casi segnalati come battery locking siano realmente tali e quanti, invece, degrado naturale della batteria o variazioni stagionali delle prestazioni, fenomeni reali che i proprietari possono aver attribuito erroneamente a interventi software.

Rimane però anche il timore del controllo sulle auto sempre più connesse. Una preoccupazione che non può essere liquidata come banale tesi complottista, ma che impone una riflessione su una tecnologia che, al netto di tanti vantaggi, ha anche dei rischi che, invece di essere taciuti o minimizzati, vanno compresi e il più possibile affrontati.

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