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La Jeep portata in spalla e con muli a oltre 2300 metri e mai utilizzata

La storia della Jeep Willys portata da 12 uomini sul Rutor nel 1968. Simbolo della nascita dello sci estivo a La Thuile, percorse solo 30 metri.

La Jeep portata in spalla e con muli a oltre 2300 metri e mai utilizzata
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Riccardo Mantica
Riccardo Mantica
Pubblicato il 31 ago 2026

Se oggi si sale verso la zona dei laghi del Rutor, sopra La Thuile, si trova una vecchia Jeep Willys americana ancora dipinta del suo rosso originale. Non è un relitto divorato dal ruggine e abbandonato alle intemperie, perché si trova riparata all’interno di una baracca da quasi sessant’anni. A vederla lì fa quasi uno strano effetto, soprattutto se si pensa a cosa ci è voluto per portarla fin lassù. Non ci arrivò guidando lungo tornanti o mulattiere, anche perché una strada vera e propria non è mai esistita.

Un’impresa a forza di braccia e muli

L’intera vettura salì letteralmente a pezzi. La carrozzeria venne caricata sulle spalle di dodici uomini lungo i sentieri che salgono da La Joux fino al Rifugio Deffeyes, divisa tra sei persone davanti e sei dietro legate a due lunghe pertiche. Il motore, pesante e rigido, affrontò invece il dislivello a dorso di mulo. A raccontare l’impresa a L’Altramontagna sono Pino Alliod e Bruno Boscardin, che collocano la vicenda tra la fine del 1967 e il 1968.

La parte più paradossale della storia è che, dopo tutta quella fatica, la Willys non entrò praticamente mai in funzione. Secondo i ricordi di chi c’era, percorse in tutto una trentina di metri. I guasti meccanici iniziarono da subito. Il motore dovette essere smontato, riportato a valle a spalla per la riparazione e poi spinto di nuovo in quota con la stessa immane fatica. Niente da fare, le avarie continuarono e il veicolo non riuscì mai a trasportare nessuno.

Dalla chiusura delle miniere allo sci sul ghiacciaio

Eppure quell’idea non era la follia isolata di pochi fanatici. La Thuile stava vivendo un momento cruciale della propria storia. Nel 1966 la definitiva chiusura delle miniere aveva spazzato via un sistema economico su cui il paese aveva fatto affidamento per generazioni. Bisognava inventarsi un futuro e lo sci, già presente da tempo, sembrava la risposta giusta. Un gruppo di guide e maestri, tra cui il pionieristico Franco Moretti, si chiese per quale motivo limitarsi all’inverno quando più in alto c’era il ghiacciaio del Rutor.

Così ci si rimboccò le maniche. Dal Deffeyes verso la zona dei laghi il percorso venne tracciato a mano, a colpi di pala e picco. Sul ghiacciaio fu installato un argano per creare una manovia artigianale e l’anno successivo nacque persino una vera scuola di sci estivo.

Alla fine lo sci estivo sul Rutor ebbe vita breve e la manovia fu smantellata, ma quel tentativo raccontava già il futuro. Negli anni successivi La Thuile avrebbe infatti costruito la sua nuova identità proprio sul turismo invernale, diventando uno dei poli dello sci più importanti della Valle d’Aosta.

Il valore storico della Jeep rossa

Riletta oggi, la parabola della Jeep del Rutor mostra un netto ribaltamento nei tempi e nella montagna. Alla fine degli anni Sessanta la neve sul ghiacciaio era abbondante ma mancavano i mezzi per raggiungerla, tanto da spingere dodici persone a caricarsi un’automobile sulle spalle.

Oggi le infrastrutture per salire in quota sono veloci e moderne, ma a scarseggiare è proprio la materia prima. Ne sa qualcosa la realtà attuale di Cervinia, dove nell’estate 2026 la sofferenza dei ghiacciai ha costretto alla chiusura delle piste estive, una situazione denunciata sui social anche dalla campionessa Federica Brignone.

Oggi la Jeep rossa è ancora lassù. Per Bruno Boscardin meriterebbe di essere recuperata e allestita in un museo a La Thuile, perché non è la semplice curiosità di un veicolo abbandonato. È la testimonianza materiale e immobile di un paese nel preciso istante in cui decideva di lasciarsi alle spalle la miniera per scommettere tutto sulla neve.

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