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Più auto con meno dipendenti, i numeri Toyota che "scuotono" Volkswagen

Produzione a rilento, costi fissi e scontro sui licenziamenti: perché il modello Volkswagen non funziona più rispetto a Toyota.

Più auto con meno dipendenti, i numeri Toyota che "scuotono" Volkswagen
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Riccardo Mantica
Riccardo Mantica
Pubblicato il 7 ago 2026

In casa Volkswagen i numeri della prima metà del 2026 fanno maluccio, inutile girarci intorno. Nei primi sei mesi dell’anno la casa di Wolfsburg ha tirato fuori dai cancelli 4,13 milioni di vetture. Per farlo le sono servite 629 mila persone. Toyota? Nello stesso identico periodo ha sfornato 5,39 milioni di auto. Con 391 mila dipendenti.

Il dato è uscito su DW (emittente pubblica tedesca) e ha subito riacceso la polveriera a Wolfsburg, dove si sta consumando la riorganizzazione più pesante in 89 anni di storia della fabbrica.

Facendo due conti… i giapponesi hanno prodotto 1,26 milioni di macchine in più lavorando con 238 mila addetti in meno. Significa che l’organico Toyota è più piccolo di un buon 38% rispetto a quello tedesco (o che VW ha il 61% di gente in più sul libro paga, a seconda di come la si guarda). Risultato matematico? Volkswagen fa 6,6 auto a testa ogni sei mesi, Toyota sfiora le 13,8.

Il tranello di fare tutto in casa

C’è un però. Mettere queste cifre una fianco all’altra così, a crudo, rischia di essere fuorviante. Volkswagen si porta dietro un modello vecchio stile: si fa in casa quasi tutto. Progetta, ingegnerizza, costruisce la componentistica. Toyota e altre rivali, invece, preferiscono comprare i pezzi fuori e fare per lo più assemblaggio.

Questa scelta di integrazione verticale è stata per decenni la vera forza di Wolfsburg. Adesso che la domanda è debole e il mercato morde, si è trasformata in un’ancora di costi fissi che tira giù tutto il resto.

Guerra aperta sui tagli: affondato il piano Blume

Su questa falla si è innestato lo scontro politico per salvare (o chiudere) le fabbriche in Germania. L’amministratore delegato Oliver Blume si è presentato in Consiglio di sorveglianza con una mannaia in mano: 100 mila esuberi (il doppio di quelli previsti lo scorso mese) e lo stop definitivo ai poli di Hannover, Zwickau ed Emden, più il sito Audi di Neckarsulm.

Gli hanno risposto di no. 12 voti contrari e 7 a favore. A fare muro è stato il blocco compatto dei sindacati e della Bassa Sassonia, che insieme blindano 10 seggi su 19 all’interno dell’organo di controllo.

Misure d’emergenza e l’ombra dei 140 mila esuberi

Bocciato il piano drastico, dall’azienda sono uscite solo pezze d’appoggio: via la metà dei modelli a listino e capacità produttiva globale ridotta, da 12 a 9 milioni di pezzi l’anno.

Basterà? Per la IG Metall e il comitato aziendale assolutamente no. I sindacati hanno fatto i loro calcoli: sommando i tagli già firmati e le chiusure che rischiano di rientrare dalla finestra, nei prossimi dieci anni ci sono a rischio fino a 140 mila posti di lavoro. Volkswagen per ora smentisce e tace. Ma la verità si vedrà il 25 e 26 agosto nelle assemblee dei lavoratori a Wolfsburg, Emden e Zwickau.

Un problema di tutta la Germania

Anche perché fuori da Wolfsburg le cose non vanno meglio. L’automotive tedesco sta sbandando ovunque:

  • BMW ha appena pattuito 8.000 uscite volontarie dopo aver registrato un calo degli utili netti del 28,5% nel semestre.
  • Mercedes-Benz sta prendendo le sue linee e le sta spostando in Ungheria per abbattere il costo del lavoro.

Gli incontri di fine agosto chiariranno se la distanza da Toyota rimarrà solo una statistica da sventolare nei dibattiti o se spingerà il gruppo ad affettare impianti e organico, decidendo una volta per tutte cosa ha senso produrre in casa e cosa no.

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