Moto della Wehrmacht riemerge dal Danubio: le immagini la dipingono quasi "nuova"
Le foto della moto riemersa dal Danubio fanno il giro del mondo. Il veicolo del '44 è quasi intatto: sotto il telaio la drammatica scoperta degli archeologi
Un punto ruvido che affiorava tra le pietre e la melma sulla sponda di piazza Batthyány, proprio davanti alla sagoma del Parlamento di Budapest. È bastato che il Danubio scendesse a livelli mai visti prima per far riemergere dall’acqua la forcella di una motocicletta della Seconda guerra mondiale. Nel giro di pochi giorni le foto di quel ferro arrugginito hanno aperto le sezioni culturali e motoristiche di mezzo mondo, dal Daily Mirror a Yahoo Autos, arrivando fino alla Times of India e a Vietnam.VN.
Gli scavi sulla sponda e l’enigma della fossa di guerra
Quando i tecnici dell’Istituto e Museo di Storia Militare ungherese sono arrivati sul posto il 2 agosto, si sono trovati di fronte a un pezzo d’acciaio pesante e completamente impregnato d’acqua. Con i suoi oltre due quintali di peso tra fango e ruggine, la moto è risultata essere una DKW NZ 350-1, conservata in modo quasi impeccabile dopo ottant’anni trascorsi al buio del fiume.
Le operazioni di scavo, come ricostruito nelle nostre cronache del ritrovamento della moto dal Danubio, hanno però mostrato che il veicolo non si trovava da solo nel letto del fiume. Man mano che la melma veniva spostata, gli archeologi e gli artificieri hanno tirato fuori un intero deposito di ordigni e materiale bellico: mine anticarro, bombe a mano e proiettili d’artiglieria, mescolati a cocci di ceramica civile e frammenti ossei. Con ogni probabilità quel tratto di riva venne usato nei giorni febbrili dell’assedio di Budapest come fossa improvvisata, dove le truppe tedesche oramai accerchiate scaricarono materiali, armi ed equipaggiamenti pur di non lasciarli in mano all’Armata Rossa.
Ingegneria d’emergenza per il gelo del fronte
La serie NZ della DKW, nelle sue versioni civili 250 e 350, si era già fatta la fama di mezzo indistruttibile tra i motociclisti degli anni Trenta. Proprio per questa sua robustezza, nel 1944 la Wehrmacht ordinò una variante studiata appositamente per le esigenze del fronte: la NZ 350-1, di cui vennero assemblati poco meno di 12.000 esemplari prima della resa definitiva.
Sulla moto tirata fuori dal fango si vedono chiaramente le modifiche nate dall’esperienza sulle piste gelate del fronte orientale. Sotto la ruota posteriore c’è una piccola “pinna" in metallo: era un semplice raschiatore che serviva a staccare la neve e la poltiglia di fango dallo pneumatico prima che andassero a incastrarsi nella catena di trasmissione. Anche il blocco motore raccontava la crisi di materiali che stava stringendo d’assedio l’industria tedesca: invece della classica lega leggera, il basamento venne colato interamente in ghisa grigia ad alta percentuale di grafite per risparmiare l’alluminio, oramai dirottato verso la produzione aeronautica. Gli storici non sono ancora riusciti a stabilire il mese preciso in cui questo specifico telaio uscì dalla fabbrica, ma i dettagli tecnici lo collocano senza dubbi tra il ’44 e il ’45.
Dai telai della Sassonia all’eredità sovietica
Per capire come questa motocicletta sia finita a Budapest bisogna fare un passo indietro fino alle officine di Zschopau, in Sassonia. Nel 1907 l’ingegnere danese Jørgen Skafte Rasmussen aprì lì una piccola fabbrica di apparecchiature a vapore, ponendo le basi per quello che sarebbe diventato il marchio DKW (da Dampfkraftwagen, veicolo a vapore). Nel 1922 lo stabilimento produsse il suo primo piccolo motore a due tempi, e nel giro di dieci anni l’azienda crebbe fino a diventare uno dei più grandi produttori di moto al mondo. Nel 1932 la DKW unì le forze con Audi, Horch e Wanderer dando vita al gruppo Auto Union, mantenendo nella fabbrica di Zschopau il cuore della produzione su due ruote.
La crescita fu travolgente: il motociclo numero 350.000 lasciò la catena nel 1934, mentre nel 1939 si toccò quota mezzo milione. Con lo scoppio della guerra, tuttavia, la produzione per il mercato civile venne fermata per fare spazio alle commissioni militari. Dopo la sconfitta della Germania, le truppe sovietiche smantellarono completamente la fabbrica di Zschopau, spedendo i macchinari e diversi tecnici tedeschi nell’impianto di Iževsk. Lì il progetto della NZ 350 continuò a vivere sotto un altro nome: tra il 1946 e il 1951 l’Unione Sovietica costruì oltre 127.000 unità della IZh-350, una copia quasi identica della motocicletta tedesca.
Il ritrovamento dei resti e le piastrine di riconoscimento
Attorno al telaio recuperato dal fango del Danubio sono riemersi anche diversi oggetti personali ed equipaggiamenti di ordinanza: una tanica per il carburante, un fodero per la baionetta (il cosiddetto bajonett-Schuh) e un Y-Riemen, la bretella in cuoio a forma di Y che i soldati indossavano sulle spalle per sostenere il cinturone con le giberne, la borraccia e la tasca per il pane. Tra i detriti gli archeologi hanno recuperato anche uno scudetto da manica in metallo con la scritta “Kuban", la decorazione assegnata ai soldati che avevano preso parte ai durissimi combattimenti nella testa di ponte del Caucaso tra il 1943 e il 1944.
Proprio sotto la moto gli archeologi hanno fatto la scoperta più delicata: i resti mortali di due soldati tedeschi. Le loro piastrine metalliche sono rimaste intatte e consentiranno, dopo più di ottant’anni, di risalire ai loro nomi e dare una risposta alle famiglie. Sebbene la posizione dei corpi potesse far pensare a un guidatore e al suo passeggero sorpresi dal fuoco o dall’acqua, gli esperti del museo mantengono la cautela. Non si può escludere che i resti umani siano finiti nello stesso punto quando la cavità venne usata per buttare via le macerie e i rifiuti del campo di battaglia dopo la fine dei combattimenti. Saranno le indagini antropologiche e d’archivio a stabilire se la moto e quei due uomini abbiano condiviso lo stesso identico istante finale.
photo: credit – Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge e. V. / Simone Schmid