Hormuz è riaperto, ma un nuovo nemico rallenta le petroliere
Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, le petroliere si trovano ad affrontare il "biofouling", un ostacolo biologico legato al prolungato fermo che rischia di avere nuove conseguenze sul commercio globale.
Durante i quattro mesi di blocco dello Stretto di Hormuz, oltre 600 petroliere sono rimaste ferme nelle calde acque del Golfo Persico. Ora che l’importante rotta marittima è riaperta, una nuova ed inaspettata minaccia rischia di rallentare ancora il passaggio delle navi, con conseguenze per il commercio globale e per l’approvvigionamento di greggio. Questa volta non c’entra la geopolitica: il nemico si chiama “biofouling” ed è la conseguenza del prolungato fermo delle navi, che ha consentito alla vita marina di colonizzare gli scafi.
Cos’è il biofouling
Alghe, cozze e, soprattutto, barnacoli, cioè dei tenaci cirripedi che si ancorano alle superfici dure, hanno riempito la parte immersa dello scafo delle petroliere e delle navi cargo. Si tratta in sostanza di crostacei, che ora devono essere rimossi prima di intraprendere nuovamente la navigazione.
Un’operazione costosa
Per far tornare in esercizio le superpetroliere, navi lunghe oltre 300 metri e larghe circa 45 metri, è necessario ripulire diverse migliaia di metri quadrati di superficie immersa dello scafo, per ogni singola nave. Esistono aziende specializzate che organizzano apposite squadre di sommozzatori: 4-5 operatori specializzati effettuano la pulizia lavorando per ore con delle lance e, nei casi più difficili, anche con idropulitrici a pressione e levigatrici elettriche. L’operazione può rivelarsi più complessa per le eliche, i cui componenti devono spesso essere rimossi, puliti e poi reinstallati. A seguito dell’incremento della domanda di questo tipo di servizi, le tariffe per la pulizia sono già aumentate, arrivando a cifre a cinque zeri per singola nave.
Perché le navi devono essere ripulite
Per il mondo dei trasporti e dei carburanti, le conseguenze economiche di questa problematica sono pesantissime. Le normative marittime impongono alle navi di rimuovere i cirripedi e gli altri organismi incrostanti prima di entrare in porto. Ma non si tratta solo di un obbligo di legge: navigare con lo scafo ricoperto di biofouling compromette pesantemente l’efficienza. Come avviene per l’aerodinamica delle automobili, le navi sono infatti progettate tenendo conto della fluidodinamica e le incrostazioni rappresentano un problema che si riflette anche sui consumi di carburante. Considerando che quest’ultimo rappresenta circa il 50 per cento delle spese di una nave, anche un moderato incremento della resistenza può avere un impatto significativo a livello economico.
Petrolio e merci si trovano così ad essere rallentate da un collo di bottiglia “biologico”, che rappresenta un ulteriore ostacolo alla riattivazione di una via marittima fondamentale e di conseguenza alla normalizzazione dei commerci su scala globale.