Nissan, l'auto "made in UE" potrebbe far chiudere la fabbrica di Sunderland
Il progetto di incentivazione per l'auto "made in UE" potrebbe comportare la chiusura della fabbrica di Nissan a Sunderland (UK)
Nel Regno Unito industriale, dove i cancelli della fabbrica Nissan di Sunderland si aprono ogni giorno per seimila lavoratori, il ritmo regolare delle catene di montaggio è oggi turbato da un’incertezza profonda. Quello che per decenni è stato il fiore all’occhiello della manifattura automobilistica britannica si trova ora ad affrontare quella che i dirigenti della Casa nipponica definiscono una “minaccia esistenziale”. Il pericolo non arriva da una crisi di mercato improvvisa, ma da una serie di documenti redatti a chilometri di distanza, nelle stanze della Commissione Europea a Bruxelles. Il pericolo all’orizzonte si chiama auto “made in UE”.
Un ostacolo per Sunderland
Dunque, l’oggetto della contesa il “Made in UE“. Si tratta di una strategia con cui l’Unione Europea punta a blindare la propria industria, vincolando l’accesso a incentivi e appalti pubblici al principio dell’origine comunitaria. La norma è stringente: per accedere ai programmi di incentivazione, un veicolo elettrico o ibrido plug-in non solo deve essere prodotto nell’UE, ma deve contenere almeno il 70% di componenti provenienti dal blocco comunitario, batterie incluse.
Per Sunderland, che vanta una capacità teorica di 600.000 auto all’anno, queste regole rappresentano un ostacolo insormontabile che renderebbe l’impianto economicamente insostenibile, portando la Nissan a ipotizzare persino la chiusura definitiva. Ma il grido d’allarme della Casa giapponese non è isolato. Mike Hawes, a capo dell’associazione britannica Smmt, ha espresso una seria preoccupazione per una misura che rischierebbe di discriminare l’intera filiera del Regno Unito, mettendo a repentaglio scambi commerciali dal valore di circa 70 miliardi di sterline l’anno.
Tensione alle stelle
La tensione è palpabile anche sul fronte diplomatico, poiché tale proposta potrebbe violare l’accordo di cooperazione raggiunto tra Londra e Bruxelles dopo la Brexit. L’industria britannica chiede ora con urgenza di essere riconosciuta come “partner fiduciario”, permettendo ai prodotti d’oltremanica di essere equiparati a quelli europei in virtù degli accordi di libero scambio vigenti. Mentre il confronto politico si infittisce, per i seimila di Sunderland il futuro non è mai stato così legato a una definizione burocratica di origine geografica.