Kimi Antonelli vince il Mondiale, ma la mamma gli dà ancora la paghetta
Dai sacrifici in officina per pagare i debiti al simulatore a tre anni: la storia di Kimi Antonelli, il campione di F1 che vive ancora con la paghetta della mamma.
Vincere un Mondiale di Formula 1 a neanche vent’anni e doversi comunque far bastare la paghetta che la mamma ti versa a inizio mese. Benvenuti a casa Antonelli. Andrea per l’anagrafe, Kimi per la pista, Andy quando si chiude la porta di casa a Casalecchio. Il nuovo fenomeno del motorsport ha un contratto da favola ma l’economia personale la gestisce ancora Veronica Pomaro, 53 anni, ex dipendente delle Poste. La regola è semplice, quasi spietata: “Se ad agosto hai finito i soldi, ti arrangi per le vacanze“.
Pochi grilli per la testa, zero interesse per gli abiti firmati. Anzi, se fosse per lui andrebbe ai matrimoni in tuta e pantaloncini. L’unica tentazione vera restano le auto da strada, ma lì la risposta dei genitori è un muro di gomma: “Si vedrà”.
Officina, passeggini e notti in garanzia
Dietro il talento c’è una storia di provincia emiliana e parecchi debiti. Il padre Marco, 62 anni, una vita passata nell’officina di famiglia e al volante nelle categorie minori, lo dice senza troppi giri di parole. Per comprarsi l’attrezzatura e volare a gareggiare a Pergusa dovette chiedere un finanziamento in banca.
Veronica e Marco si conoscono in palestra nel ’97, si fidanzano due anni dopo senza mai sposarsi e mettono in piedi una squadra da corsa mentre crescono i figli. Niente baby-sitter. Kimi cresce tra i box. Dorme nel passeggino spinto tra le vetture in partenza o dentro un ovetto appeso direttamente al gancio della gru dei motori.
Qualcuno dà una spinta per cullarlo mentre passa, la madre fa la spesa per la squadra e tiene sveglio il marito al volante del camion durante le trasferte. Il talento però esplode presto. Nel 2009 a casa arriva un simulatore del Motor Show. Il padre schiaccia i pedali, il piccolo Kimi (3 anni) tiene il volante, cambia le marce e dà le gomitate al papà se si abbandona al sonno. A dieci anni, ad Adria, sale su una Lamborghini Super Trofeo. Poche tornate e controlla il mezzo come un pilota smaliziato.
«Ho più rabbia per il GT perso che gioia per il Mondiale»
Poi si fa avanti la Mercedes, che lo blinda quando è ancora un bambino e lo scorta fino al vertice del motorsport. Ma a casa Antonelli l’effetto-F1 non ha cambiato una virgola. La pressione che si respira è la stessa di quando correva sui kart. Cambiano i riflettori, non il carattere.
Anzi, papà Marco non ha ancora mandato giù la sconfitta al Mugello nel campionato italiano GT: “Sono nervoso, tenevo a quel titolo, non a questo”. Una battuta, ma fino a un certo punto.
Dai compiti coi tecnici al tuffo con il Bez
Nel pub con bowling di San Marino dove si ritrova con gli amici di sempre, Kimi è solo il ragazzo che si faceva aiutare negli esercizi di matematica dagli ingegneri della squadra. Lì intorno lo proteggono, lasciandolo passeggiare senza l’assedio dei tifosi. Di recente è andato a curiosare tra gli scaffali di un negozio di giocattoli ed è tornato a casa radioso. La macchinina della Lego con le sue fattezze era l’unica esaurita.
A festeggiare il compleanno ad agosto c’era anche Marco Bezzecchi, pilota di MotoGP. Risultato? Tuffo in piscina al parco acquatico con lo smartphone ancora nelle tasche del costume e messaggi di auguri scoppiati nel vuoto per ore.
Mentre il circo della F1 ruota intorno al fratello, la sorellina Maggie, 11 anni, resta del tutto indifferente alle quattro ruote. Lei fa ginnastica ritmica, è parecchio sveglia e, quando vuole, Kimi lo intorta in due parole.