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Caro carburanti, ipotesi tassa sugli extraprofitti dei petrolieri. Si teme la recessione

Palazzo Chigi studia due ipotesi per tassare i petrolieri se i prezzi dei carburanti continueranno a salire ulteriormente

Caro carburanti, ipotesi tassa sugli extraprofitti dei petrolieri. Si teme la recessione
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Daniele Di Geronimo
Daniele Di Geronimo
Pubblicato il 13 apr 2026

La rassegna stampa nazionale è in questo periodo dominata dalle questioni legate al caro carburante. Ne abbiamo parlato più volte raccontando i rincari e i tentativi del governo di ridurne l’impatto su famiglie e professionisti. Ora il problema sul prezzo di benzina e diesel è diventato talmente spinoso da dividere la maggioranza accendendo lo scontro tra il vicepresidente del consiglio Matteo Salvini e il ministro delle Imprese Adolfo Urso. Sullo sfondo l’idea del governo di tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere nel caso in cui i prezzi alla pompa dovessero risalire.

Le diverse anime del governo

Sul fronte normativo, l’esecutivo ha messo a punto due ipotesi di intervento. La prima prevede un prelievo ad hoc sui guadagni definiti “illegittimi”. La tassa scatterebbe quando lo scarto tra il prezzo di riferimento internazionale del petrolio raffinato e i prezzi consigliati alla pompa superasse una soglia stabilita per legge. La seconda opzione è un aumento delle tasse già esistenti a carico delle compagnie energetiche.

In questo quadro Salvini ha invitato pubblicamente Urso a convocare le compagnie petrolifere, e il responsabile delle Imprese ha replicato con un secco «già fatto», ricordando l’incontro della settimana scorsa nella sede del dicastero di via Veneto.

Al tavolo del Mimit erano stati convocati i rappresentanti delle quattro principali compagnie che operano in Italia, ovvero Eni, Api-Ip, Q8 e Tamoil. Secondo uno dei partecipanti, il messaggio è stato diretto e orientato a evitare speculazioni e aumenti ingiustificati, e abbassare i prezzi non appena le quotazioni del greggio lo permettono. Dal confronto, durato appena venti minuti, sarebbe poi seguita una flessione, seppur contenuta, dei listini.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha posto invece l’attenzione sul piano macroeconomico. In un’intervista al Tg3 Lombardia, ha evocato la possibilità di sospendere il Patto di stabilità europeo, ricordando che Bruxelles ammette questa opzione solo in presenza di una grave recessione. “Temo che se la situazione continuerà così sul fronte dell’energia e degli olii combustibili, la recessione arriverà”, ha aggiunto. Sul fronte europeo, Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno già scritto alla Commissione chiedendo lo sviluppo rapido di uno strumento contributivo a livello UE per tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche, ribadendo una posizione già espressa all’Eurogruppo del 27 marzo.

Un problema più complesso

Le analisi da fare sono diverse, ma c’è un elemento comune particolarmente rilevante. Nonostante il taglio delle accise, il gasolio è salito di oltre un quarto rispetto ai livelli di fine febbraio, prima dello scoppio del conflitto in Iran, con un rincaro del 26% alla pompa. Un pieno di diesel costa oggi circa 23 euro in più rispetto a due mesi fa. Secondo le elaborazioni del Codacons, le compagnie petrolifere e l’intera filiera incassano ogni settimana circa 88 milioni di euro in più rispetto a febbraio. Anche lo Stato beneficia indirettamente dei prezzi elevati, attraverso Iva e accise per circa 61 milioni in più a settimana. Il conto complessivo per gli automobilisti supera i 150 milioni settimanali aggiuntivi.

Inoltre il taglio di 24,4 centesimi al litro, prorogato fino al primo maggio, rischia di essere vanificato prima della scadenza dall’andamento dei prezzi del greggio. Il paradosso, denunciato anche dalle associazioni dei consumatori, è sempre lo stesso: i carburanti aumentano quasi in tempo reale quando il greggio sale, ma mostrano molta meno fretta quando il petrolio arretra.

Da parte loro le compagnie petrolifere ricordano come esse operino su mercati internazionali con margini regolati da dinamiche di raffinazione, logistica e contratti a termine. L’aumento dei prezzi, quindi, non equivale automaticamente a una speculazione. Il cosiddetto “ritardo” nella trasmissione dei cali del greggio ai prezzi alla pompa riflette in parte la struttura stessa della filiera con il carburante già acquistato a prezzi alti che deve essere smaltito prima dell’arrivo dei nuovi listini. Una tassa sugli extraprofitti calcolata su soglie politicamente fissate rischia di disincentivare investimenti nel settore e di spostare il problema senza risolverlo.

Di certo c’è il costo che ogni automobilista deve pagare ogni volta che deve fare un rifornimento. Un ulteriore aggravio su una situazione economica nazionale non certamente florida e rassicurante.

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