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"Elettro Shock" Italia, il ritardo gravoso delle auto alla spina nel Belpaese

Dalle ibride al 51% all'elettrico fermo al 6%: perché l'Italia sconta un ritardo di cinque anni rispetto ai partner europei

"Elettro Shock" Italia, il ritardo gravoso delle auto alla spina nel Belpaese
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Tommaso Giacomelli
Tommaso Giacomelli
Pubblicato il 26 mar 2026

In Europa l’auto elettrica è diventata un fattore, un elemento comune nel paesaggio urbano delle capitali continentali, anche se in modo non uniforme. L’Eurozona va a due o più velocità, non lo scopriamo di certo oggi, con l’Italia che arranca e non tiene il passo con gli altri Paesi del Vecchio Continente. Questo è ciò che emerge dal recente rapporto dell’Osservatorio Sunrise, promosso dal Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), nel quale il ritardo accumulato dallo Stivale sarebbe di cinque anni per quanto riguarda lo sviluppo del mercato dei veicoli alla spina rispetto ai principali “vicini di casa”. Si tratta di una fotografia nitida che racconta di una nazione ancora profondamente legata a vecchie abitudini, ostacolata da barriere economiche quasi insormontabili e frenata da infrastrutture che faticano a imporsi in modo uniforme.

Gli italiani scelgono le ibride

La matematica non è un’opinione, i numeri parlano chiaro e descrivono una realtà ben delineata. Il 40% degli italiani prevederebbe di acquistare una nuova vettura nell’arco dei tre anni, ma in pochi opterebbero per una BEV, meglio una ibrida. Nel 2024, le hybrid hanno conquistato il 51% delle nuove immatricolazioni, diventando il porto sicuro di chi cerca di conciliare modernità e praticità.

Al contrario, il 100% elettrico rimane una scelta di nicchia, fermo al 6%, scavalcato anche dai novecenteschi e bistrattati motori a benzina (24%) e diesel (10%). Anche guardando al futuro, le intenzioni d’acquisto riflettono questa cautela: il 50% punta sull’ibrido, mentre solo il 12% degli automobilisti si dichiara pronto a fare il grande salto verso l’auto completamente a batteria.

Cosa frena gli italiani

Dunque, perché l’Italia delle quattro ruote non è ancora pronta a riversarsi verso l’elettrificazione di massa? La risposta risiede in un’analisi pragmatica della convenienza, definita dagli esperti come “total cost of ownership”, detta in parole povere: “costo totale di proprietà” o “di possesso”, una stima finanziaria che calcola tutti i costi diretti e indiretti associati all’acquisto, all’uso e alla dismissione di un bene o servizio lungo l’intero ciclo di vita.

Le auto a combustione o ibride restano più vantaggiose per chi percorre pochi chilometri, mentre l’elettrico diventa realmente competitivo solo per chi macina distanze lunghe e dispone di una ricarica domestica. Per l’acquirente medio, il prezzo d’acquisto rimane il criterio sovrano, seguito dai costi di gestione e dalla sicurezza; elementi come il design o il prestigio del marchio passano oggi in secondo piano davanti alla necessità di far quadrare i conti familiari.

Un parco circolante vecchio

Nel frattempo, il parco circolante del nostro paese invecchia a vista d’occhio, riflettendo un mercato che stenta a tornare ai volumi del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. Con oltre 41 milioni di autovetture in circolazione — circa 0,7 auto per ogni abitante — l’età media dei veicoli ha ormai superato la soglia critica dei 12-13 anni. È un sistema elefantiaco che incide pesantemente sulle emissioni e sull’efficienza complessiva. Curiosamente, chi decide di comprare il nuovo si orienta massicciamente verso i SUV, che oggi rappresentano il 62% del mercato, a discapito delle utilitarie più piccole e cittadine.

Come sottolineato dal direttore del Most, Gianmarco Montanari, l’Italia è attraversata da dinamiche complesse: da una parte la spinta ideale verso la transizione energetica, dall’altra i vincoli infrastrutturali che rallentano il cambiamento. La via d’uscita, suggerisce il rapporto, non è lineare. Servono infrastrutture di ricarica capillari, una maggiore accessibilità economica e la diffusione di nuove formule come il leasing e il noleggio a lungo termine, che potrebbero accelerare il ricambio generazionale delle auto. La transizione non può essere imposta, ma deve essere accompagnata da un approccio pragmatico capace di riconoscere che, per ora, l’Italia non è ancora pronta a staccare del tutto la spina dal passato, né di attaccarla a una macchina.

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