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Hyundai Pony, il progetto italiano che cambiò il destino del marchio coreano

Dalla matita di Giugiaro agli stabilimenti di Ulsan, la storia della vettura che segnò il debutto internazionale di Hyundai e l'inizio della sua crescita mondiale

Hyundai Pony, il progetto italiano che cambiò il destino del marchio coreano
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Tommaso Giacomelli
Tommaso Giacomelli
Pubblicato il 21 ago 2026

Ci sono automobili che nascono per conquistare il mercato. E poi ce ne sono altre che finiscono per cambiare il destino di un intero Paese. La Hyundai Pony appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Oggi viene ricordata come la prima vera automobile coreana, ma negli anni Settanta rappresentava soprattutto una scommessa industriale che in pochi erano pronti a considerare credibile.

Dietro quel progetto c’era la visione di Chung Ju-yung, fondatore di Hyundai, convinto che la Corea del Sud dovesse smettere di assemblare vetture progettate all’estero per iniziare a costruire automobili proprie. Una sfida enorme per un costruttore ancora giovane, ma destinata a cambiare per sempre la storia del marchio.

La scommessa della prima auto coreana

L’esperienza accumulata con la Ford Cortina, prodotta su licenza dal 1968, aveva consentito a Hyundai di acquisire competenze preziose. Ma non bastava. Serviva un modello capace di portare il nome dell’azienda e di rappresentare le ambizioni di un Paese che stava vivendo una rapidissima trasformazione industriale.

Per realizzare il progetto, nel 1974 Hyundai assunse George Turnbull, ex amministratore delegato di Austin Morris. Con lui arrivò una squadra di ingegneri britannici incaricata di sviluppare la prima vettura progettata specificamente per il marchio coreano. La tecnica, però, non sarebbe stata sufficiente. Serviva anche uno stile riconoscibile.

Quando Hyundai bussò alla porta di Giugiaro

La risposta arrivò dall’Italia. Hyundai scelse infatti di affidarsi a Giorgetto Giugiaro, uno dei designer più influenti della sua generazione. Lo stesso Giugiaro ha ricordato più volte il primo incontro con i rappresentanti coreani. Inizialmente pensò che si trattasse di un cliente facoltoso interessato a una vettura esclusiva. Solo in seguito comprese la portata dell’operazione: Hyundai voleva costruire una vera automobile di serie e aveva bisogno di un’identità stilistica.

Non mancarono i dubbi. La Corea del Sud non possedeva ancora una tradizione automobilistica consolidata e l’idea di sviluppare un’intera vettura appariva particolarmente ambiziosa. A far cambiare idea al designer torinese fu una visita a Ulsan. Davanti ai suoi occhi comparve un’immensa area industriale costruita in pochissimi anni, con un porto, un cantiere navale e persino una gigantesca petroliera quasi completata. Fu in quel momento che comprese la determinazione di Hyundai.

Sette mesi per entrare nella storia

Da lì iniziò una corsa contro il tempo. In appena sette mesi Giugiaro e Italdesign completarono il progetto destinato a diventare la Pony.

Il modello venne presentato al Salone di Torino del 1974, accompagnato dalla suggestiva Pony Coupé. Sotto la carrozzeria trovavano posto componenti di derivazione Mitsubishi, ma il significato dell’operazione andava ben oltre la tecnica. Per la prima volta Hyundai riusciva a mettere insieme design, progettazione e produzione sotto un unico marchio.

L’auto che motorizzò la Corea

La produzione iniziò nel dicembre del 1975 nello stabilimento di Ulsan. Poche settimane dopo la Pony arrivò nelle concessionarie coreane e il successo fu immediato. L’auto conquistò rapidamente il mercato nazionale, diventando per migliaia di famiglie la prima vettura di proprietà. Non a caso venne soprannominata “l’auto di tutti”, simbolo di una Corea del Sud che stava correndo verso la modernità.

Nel 1976 arrivarono anche le prime esportazioni. Hyundai iniziò così il proprio percorso internazionale, portando una vettura progettata e costruita in Corea oltre i confini nazionali.

L’eredità della Pony

Nel corso degli anni la gamma si ampliò con versioni station wagon, pick-up e tre porte, mentre nel 1982 arrivò una seconda generazione nuovamente firmata da Giugiaro. La prima serie superò le 290.000 unità prodotte, ma il vero risultato non fu il numero di esemplari venduti. La Pony lasciò in eredità a Hyundai un patrimonio molto più importante: competenze industriali, una filiera nazionale e la consapevolezza di poter competere con i grandi costruttori mondiali.

Un’eredità ancora viva oggi. Non è un caso che Hyundai abbia voluto rendere omaggio alla sua progenitrice con la Heritage Series Pony e che proprio da quelle linee squadrate abbiano preso ispirazione modelli moderni come la IONIQ 5. A distanza di oltre mezzo secolo, la Pony continua a rappresentare molto più di un’automobile. È il simbolo del momento in cui la Corea del Sud decise di smettere di inseguire gli altri e iniziò a scrivere la propria storia.

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