Caro carburante, anche la Cina ne risente. Trasporti sotto pressione
La guerra in Iran colpisce la Cina. Il governo interviene sui prezzi, ma autotrasportatori e logistica restano sotto pressione
La Cina è il più grande mercato al mondo per i veicoli elettrici, con oltre la metà delle nuove immatricolazioni rappresentata da modelli BEV o ibridi plug-in. Un dato ampiamente noto che ha sempre fatto guardare a Oriente come un modello da seguire da questo punto di vista. Eppure, la guerra in Iran sta dimostrando una certa fragilità dell’economia nazionale. La transizione energetica cinese è ancora incompleta. Nonostante tutto il Paese rimane esposto alle oscillazioni del mercato petrolifero.
La situazione cinese
Il problema, anche in Cina, è strutturale. Il parco circolante cinese è ancora dominato dai veicoli con motore endotermico. Una caratteristica che rende anche la Cina vulnerabile agli shock energetici. Soprattutto nei settori come la logistica, i trasporti pesanti e l’industria. Settori dove l’elettrificazione procede molto più lentamente rispetto al mercato delle auto passeggeri.
Per quel che riguarda i prezzi alla pompa, a differenza dell’Europa la Cina non lascia che i prezzi dei carburanti si formino liberamente sul mercato. La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (l’ente statale preposto a questo scopo) aggiorna i prezzi massimi al dettaglio di benzina e diesel ogni dieci giorni lavorativi, calibrando gli aumenti sull’andamento internazionale del greggio. Questo meccanismo ha permesso di contenere i rincari. Secondo i dati, dall’inizio del conflitto al 12 marzo i prezzi alla pompa cinesi sono saliti dell’11%, contro il 20-25% registrato in Europa e negli Stati Uniti. Un cuscinetto importante, ma che non neutralizza l’impatto su un’economia che importa circa il 75% del proprio fabbisogno petrolifero.
Il settore più colpito è quello dell’autotrasporto. I prezzi della benzina sono cresciuti di circa il 30% dall’inizio dell’anno e molte aziende faticano ad aumentare le tariffe ai clienti per non perdere competitività. Alcuni operatori dichiarano perdite fino a 2.000 yuan per viaggio (circa 250 euro) mentre gli autisti vedono assottigliarsi i bonus sulla produttività, spesso la parte più consistente del loro stipendio. Un costo che alla fine ricade sui prezzi al dettaglio, spingendo l’inflazione sui beni di consumo.
Un sistema ancora non del tutto immune
C’è un elemento in più che complica il quadro per Pechino. L’Iran era diventato il principale fornitore di petrolio a basso costo per la Cina nell’ambito dell’accordo di cooperazione venticinquennale firmato nel 2021, che garantiva forniture a prezzi inferiori a quelli di mercato in cambio di investimenti infrastrutturali. Con il conflitto, questa fonte privilegiata si è drasticamente ridotta. La Cina aveva anticipato il rischio (nei primi due mesi del 2026 le importazioni di petrolio erano già cresciute del 16% per fare scorte) ma anche le riserve hanno un limite, e i flussi dal Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz restano bloccati.
Il risultato è un’economia che cresce sull’elettrico ma non ha ancora smesso di dipendere dal petrolio. Le auto elettriche avanzano rapidamente nelle immatricolazioni, ma non abbastanza da neutralizzare gli effetti di uno shock energetico del livello di quello attuale.