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‘Scolpita dal vento’: la Vision GT racconta il futuro del design Xiaomi

Al Mobile World Congress di Barcellona abbiamo avuto l'opportunità di farci raccontare la Xiaomi Vision GT Concept direttamente da chi l'ha progettata.

‘Scolpita dal vento’: la Vision GT racconta il futuro del design Xiaomi
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Andrea Tomelleri
Andrea Tomelleri
Pubblicato il 30 mar 2026

Al Mobile World Congress di quest’anno, all’interno dello stand Xiaomi il prodotto più osservato non era uno smartphone ma una Concept Car. Sì, lo so, fa strano pensarlo considerato il contesto: una fiera con un focus, storicamente molto forte, sulla tecnologia mobile. Ma pur inserita in questo ambiente inusuale, la Vision GT ha letteralmente catturato l’attenzione di ogni passante, proprio come fanno le concept car dei marchi più blasonati: con l’impatto scenico di un oggetto futuristico e la sensazione di non essere lì solo per dovere di cronaca. Sì, perché dietro questa hypercar elettrica nata per Gran Turismo c’è più di un esercizio di stile, c’è un’idea elaborata con la stessa cura con sui si progettano le vere auto da corsa, tra simulazioni aerodinamiche, studio dell’assetto, soluzioni tecniche estreme e una collaborazione continua tra designer e ingegneri. Ed è proprio in questa doppia natura, spettacolare ma al contempo metodica, virtuale ma concreta, che la Xiaomi Vision GT diventa davvero interessante e ha da raccontare molto più di quanto si possa immaginare.

E la chiave è tutta nello slogan con cui il team la racconta: “sculpted by the wind”, scolpita dal vento. La Vision GT non nasce per inseguire la classica iconografia della hypercar fatta di spoiler spigolosi, prese d’aria a non finire e appendici vistose. Prende vita, invece, da una domanda più complessa: come si progetta una hypercar elettrica che metta al centro l’efficienza senza rinunciare alla presenza scenica e ad una dinamica credibile? È con la risposta a questa domanda che Xiaomi prova a raccontare non solo l’ennesimo concept per un videogioco, ma la propria idea di futuro per il design automotive.

Da dove nasce

 

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L’origine del progetto è tutt’altro che casuale. A raccontarla sono gli stessi designer, che abbiamo avuto l’occasione di intervistare proprio a Barcellona: tutto parte da un invito arrivato direttamente dal team di Gran Turismo, dopo che Kazunori Yamauchi aveva avuto modo di provare la Xiaomi SU7 Ultra al Nürburgring. Quell’esperienza, spiegano, lo avrebbe colpito al punto da aprire la porta a una collaborazione che ha preso forma con la Vision GT. Ma la richiesta non era soltanto quella di aggiungere un altro nome alla lunga lista delle Vision Gran Turismo: Yamauchi, durante i primi confronti, avrebbe chiesto a Xiaomi qualcosa di diverso, qualcosa che riflettesse davvero la sua natura di tech company.

Ed è proprio qui che il progetto si differenzia rispetto a quanto visto finora (non dimentichiamo che Xiaomi non è la prima ad aver realizzato un concept appositamente per il videogioco). Invece di limitarsi a trasferire nel gioco i codici estetici già visti nel mondo delle supercar, il team Xiaomi decide di usare la Vision GT come terreno di esplorazione. Jean-Arthur Madelaine, responsabile dello studio di Monaco, lo dice apertamente: non volevano che fosse un semplice esercizio di stile, ma un’auto capace di riflettere una mentalità, un modo diverso di pensare una hypercar elettrica. Ma nemmeno qualcosa da copiare uno a uno su un futuro modello di serie, volevamo un laboratorio per sperimentare idee, linguaggi e soluzioni che potrebbero riaffiorare più avanti.

C’è poi un altro aspetto, forse meno evidente ma comunque centrale: la Vision GT serve, senza dubbio, anche a posizionare Xiaomi. Non soltanto come costruttore emergente di elettriche ad alte prestazioni, ma come marchio capace di portare nell’auto il proprio background fatto di elettronica di consumo, ecosistema connesso e attenzione verso l’esperienza utente. In questo senso, la Vision GT è una dichiarazione d’intenti prima ancora che una concept car: è il tentativo di far convivere l’emozione della hypercar con la visione d’insieme di una grande azienda tecnologica.

Come è stata progettata

 

Anche se è nata per un videogioco, la Vision GT è stata sviluppata come se dovesse rispondere alle stesse leggi della fisica di una vettura vera. E proprio questo è un punto su cui i designer sono tornati più e più volte: il fatto che l’auto sia destinata a Gran Turismo non ha ridotto la complessità del lavoro, semmai l’ha resa più rigorosa. Per essere credibile in un simulatore di guida, infatti, il progetto doveva avere fondamenta solide in termini di fisica, aerodinamica, ergonomia e comportamento dinamico nel mondo reale. Fabian Schmölz-Obermeier (Exterior Design Director) afferma che le simulazioni CFD sono state innumerevoli, proprio per validare le scelte aerodinamiche e arrivare a numeri che fossero legittimi, coerenti con le aspettative di una community molto attenta alla plausibilità tecnica.

Il processo, raccontano i designer, non è stato molto diverso da quello con cui si progetta di una show car o addirittura di una vettura di produzione, salvo per la possibilità di spingersi un po’ più in là con la visione. Lo dimostra il lavoro sul packaging: anche se la Vision GT esposta è proprio una show car e non una vera vettura da pista guidabile, il team ha considerato con attenzione la posizione del volante, l’accessibilità, la postura del corpo e le differenze antropometriche tra guidatori più alti e più bassi. In altre parole, anche l’abitacolo, pur senza dover essere “vissuto” realmente non è stato trattato come un puro esercizio scenografico, ma come uno spazio che doveva funzionare a 360 gradi anche dal punto di vista ergonomico.

E il progetto è stato portato a termine in meno di un anno, un dettaglio che rende bene l’idea dell’intensità del lavoro. Ma ancora più interessante è il modo in cui questo lavoro si è armonicamente distribuito tra Cina ed Europa. Lo studio di Monaco ha avuto ovviamente un ruolo centrale, ma la Vision GT è stata soprattutto il risultato di una co-creazione continua tra i team europei e quelli cinesi. Jakob Lukosch (CMF Director) parla apertamente di un flusso quasi ininterrotto, agevolato anche dal fuso orario: un gruppo lavorava, passava la palla all’altro, e il progetto avanzava in una sorta di ciclo quasi 24 ore su 24, insomma, 12 mesi che sono contati come 24 lavorativi. E in questa dinamica si è innestata anche una forma di stimolante competizione reciproca, con sensibilità diverse che si confrontavano e si contaminavano passo dopo passo.

Da un lato, dunque, c’erano le radici europee del car design legato alle auto prestazionali; dall’altro, l’approccio di una generazione più giovane, meno vincolata ai codici tradizionali dell’automobile. È da questo dualismo che nasce la personalità della Vision GT. E forse non è un caso che i designer descrivano il clima dietro al progetto come un momento di rara libertà creativa: un’occasione in cui anche i più giovani hanno avuto spazio, e in cui i designer degli esterni sono stati incoraggiati a proporre idee per gli interni e viceversa, rompendo i confini abituali tra i reparti.

Cosa racconta di Xiaomi

La risposta più interessante che emerge dall’intervista riguarda però il significato più profondo della Vision GT. All’inizio, l’idea era quella di creare qualcosa di estremo e velocissimo, poi è arrivata una presa di coscienza: inseguire semplicemente la velocità assoluta, nel caso di una hypercar elettrica, era una strada poco sensata. Da lì il cambio di prospettiva: il fulcro del progetto diventa l’efficienza aerodinamica. Non l’efficienza nel senso povero del termine, ma come punto d’equilibrio tra resistenza all’avanzamento, deportanza, stabilità e prestazione complessiva. Yamauchi stesso, spiegano, avrebbe reagito con entusiasmo quando il team gli ha illustrato questa impostazione.

Ed è qui che la formula “scolpita dal vento” ha preso corpo. La Vision GT cerca di ottenere performance aerodinamiche elevate senza affidarsi a un accumulo di elementi posticci. Le forme sono state modellate perché siano esse stesse a generare le forze necessarie. Il retrotreno, in particolare, racconta bene questa filosofia: i designer parlano di elementi capaci di svolgere due o tre funzioni insieme, di un lavoro sul flusso d’aria che si integra con la struttura e persino con la firma luminosa. In questa auto, insomma, l’estetica non arriva dopo la funzione: nasce dalla funzione.

Anche il linguaggio complessivo delle forme va letto in questa chiave. Mentre molte hypercar contemporanee puntano su tensioni aggressive e geometrie affilate, la Vision GT sceglie una strada più fluida, larga, quasi come se la penna immaginaria che la disegna non si staccasse mai dal foglio di carta. Jean Madelaine lega questa scelta all’identità stessa di Xiaomi: un’azienda tecnologica che vuole incorporare nel design un senso di integrazione, continuità e pulizia. Tianyen la collega invece alla filosofia interna dell’“Alive Design”, un “design vivo”: tecnologia sì quindi, ma non fredda; all’avanguardia, ma pur sempre con una dimensione umana. E questo è un passaggio cruciale, perché spiega perché la Vision GT appare così potente, senza risultare respingente. Sì, insomma effettivamente estrema, ma comunque umana.

Questa filosofia emerge in modo ancora più netto nell’abitacolo. Xiaomi dice di aver progettato la Vision GT partendo dall’ “esperienza” più che dalle sole prestazioni, ed è da qui che nasce l’idea di “Sofa Racer”: portare il comfort domestico di un divano dentro il mondo, di solito rigido e a tratti spartano, di una hypercar. È una provocazione, certo, ma anche una dichiarazione culturale. Per Xiaomi, l’auto non è più solo una macchina da guidare, è un nodo cruciale del proprio ecosistema: ricordate Human, Car, Home? Ecco allora l’apertura verso un cockpit capace di dialogare con AI, sensori, accessori connessi e dati biometrici del guidatore, fino a immaginare una vettura in grado di percepire stanchezza o calo di attenzione, prevenendoli e non intervenendo a posteriori per correggerne le conseguenze.

Ed è proprio questo il vero messaggio dietro Vision GT. Non solo l’anticipazione di quello che potrebbe essere una hypercar di serie – Xiaomi stessa ne esclude, al momento, la produzione diretta – quanto la costruzione di un nuovo linguaggio. Un modo per dire che il design dell’auto, secondo Xiaomi, dovrà connettere prestazione, efficienza, ecosistema, usabilità e riconoscibilità. Non è un caso che tra gli elementi più promettenti in chiave futura i designer citino il disegno dei gruppi ottici anteriori, evoluzione estrema della firma luminosa già vista sui modelli della gamma stradale: una possibile base per costruire, passo dopo passo, un vero DNA stilistico di famiglia.

Vista così, la Vision GT è molto più di una parentesi nel mondo di Gran Turismo. È una concept che serve a Xiaomi per provare a se stessa, e al pubblico, che il passaggio da azienda tech a marchio automobilistico non si gioca solo sui numeri o sulle prestazioni, ma anche sulla capacità di dare forma a una nuova visione del progetto. In questo senso, la Xiaomi Vision GT è molto più di una concept per Gran Turismo. È il primo manifesto credibile del design Xiaomi. E forse il suo messaggio più interessante è proprio questo: nel futuro immaginato dal marchio, anche una hypercar può nascere senza rumore e lasciarsi scolpire dal vento.

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