Cerca

Guerra in Iran e carburante alle stelle: prevista stangata in Italia

Il conflitto in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz scatenano effetti collaterali nefasti anche nel mercato dell'energia e dei carburanti

Guerra in Iran e carburante alle stelle: prevista stangata in Italia
Vai ai commenti
Tommaso Giacomelli
Tommaso Giacomelli
Pubblicato il 3 mar 2026

L’attacco coordinato fra Stati Uniti e Israele all’Iran non poteva non avere conseguenze anche sui mercati energetici e, in particolar modo, su quello dei carburanti. I nefasti effetti collaterali sono già visibili e presto dovrebbero concretizzarsi con l’aumento dei costi per il rifornimento di benzina e gasolio. In Italia, dunque, è attesa una stangata pesante che, nelle previsioni peggiori, potrebbe comportare un innalzamento dei prezzi al litro di 30 o, addirittura, 40 centesimi.

Un punto nevralgico

Al centro della tempesta si trova lo Stretto di Hormuz, un “collo di bottiglia” largo appena quaranta chilometri attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del gas naturale liquefatto (Gnl). Con i Pasdaran che hanno già intimato alle navi di fermarsi, circa 150 petroliere sono bloccate in attesa di ordini, mentre le grandi compagnie di navigazione hanno sospeso le prenotazioni per l’intera regione.

Questo scenario non promette affatto bene per l’automobilista italiano, perché andrà inevitabilmente a intaccare il suo portafoglio. Già nella seduta del 2 marzo, i mercati hanno reagito con veemenza: il Brent europeo ha raggiunto circa gli 80 dollari al barile, mentre il prezzo del gas ad Amsterdam è schizzato al rialzo del 40%, toccando livelli che non si vedevano dall’ottobre 2022. In Italia, il gasolio ha già raggiunto i massimi da un anno, con il diesel self-service a 1,728 euro/litro, ma gli analisti avvertono che questo è solo l’inizio, poiché i listini attuali non riflettono ancora appieno il balzo delle quotazioni avvenuto dopo l’attacco.

Gli aumenti preventivati

Il futuro prossimo si delinea attraverso tre potenziali scenari. In caso di un conflitto breve e contenuto, il rialzo dei prezzi alla pompa potrebbe limitarsi a un 10-15% con effetti temporanei. Poi, con uno scenario intermedio, contraddistinto da una guerra prolungata, il greggio aumenterebbe tra i 5 e i 20 dollari al barile. Tuttavia, l’ipotesi più drammatica è quello che vedrebbe la chiusura prolungata di Hormuz, che potrebbe spingere il petrolio oltre i 100 o addirittura i 130 dollari al barile. Per l’Italia, ciò si tradurrebbe in rincari pesantissimi: la benzina, oggi intorno a 1,70-1,75 euro al litro, potrebbe subire aumenti di 30-40 centesimi al litro nelle prossime settimane.

Problemi anche per la filiera

Oltre al costo del carburante, l’allarme riguarda l’intera filiera produttiva. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha evidenziato come la tensione nel Golfo possa generare un aumento immediato dei costi dei trasporti fino al 30-40%. Anche Confindustria ha lanciato un monito sulla volatilità dei prezzi dell’energia, definendo fondamentale la sicurezza e la competitività dell’Unione Europea in questa fase critica.

Sebbene i prezzi alla pompa in Italia non reagiscano istantaneamente grazie a scorte e contratti a lungo termine, l’effetto dei rialzi del greggio diventa solitamente visibile nel giro di 1-3 settimane. Nel mentre che l’OPEC+ valuta se aumentare la produzione per compensare le perdite, la capacità di manovra degli altri paesi produttori resta limitata. L’Italia si ritrova così a osservare con il fiato sospeso l’evoluzione del conflitto, consapevole che ogni missile intercettato sopra il Golfo ha il potere di spostare l’ago della bilancia della propria stabilità economica.

 

Ti potrebbe interessare:
Commenti Regolamento