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Se il diesel rincara molto più della benzina non è solo colpa della guerra

Perché il gasolio rincara più della benzina? Un mix di riallineamento fiscale, sensibilità climatica e instabilità del mercato del greggio

Se il diesel rincara molto più della benzina non è solo colpa della guerra
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Tommaso Giacomelli
Tommaso Giacomelli
Pubblicato il 7 apr 2026

I rincari del diesel sulla benzina non dipendono soltanto dall’escalation degli eventi in Medio Oriente, dalla guerra in Iran o dal possibile blocco dello Stretto di Hormuz. Sebbene le tensioni internazionali e le difficoltà di approvvigionamento legate ai conflitti giochino un ruolo innegabile nel gonfiare i prezzi dei carburanti, il sorpasso del gasolio sulla benzina ha radici che precedono lo scoppio della guerra. È una metamorfosi che ha trasformato il vecchio carburante “del risparmio” in un bene (quasi) di lusso.

In principio ci ha pensato il riallineamento

La genesi di questo ribaltamento risiede nell’ultima Legge di Bilancio, che ha agito come un autentico spartiacque fiscale. La Manovra ha previsto un riallineamento delle accise, abbassando la tassa sulla benzina di 4,05 centesimi al litro e aumentando, in modo simmetrico, della stessa cifra quella sul diesel. L’effetto di questa decisione politica è stato praticamente fulmineo: già nei primi giorni di gennaio, il gasolio ha iniziato la sua corsa solitaria, mettendo la freccia per superare la soglia della benzina.

Il governo è arrivato a questa scelta non in modo casuale, ma per determinare la fine di un privilegio storico. Per decenni, l’accisa sul diesel è stata mantenuta più contenuta per sostenere il settore del trasporto merci e della logistica, pilastri dell’industria nazionale. Tuttavia, con il mutare della sensibilità, e dell’etica, nei riguardi della crisi climatica, quello “sconto” è stato reinterpretato come un sussidio dannoso, poiché il gasolio è un combustibile inquinante e non più in linea con gli obiettivi di sostenibilità condivisi a livello comunitario.

La “tassa verde” dall’UE

A questo appesantimento fiscale si è aggiunta, dall’inizio del 2026, la cosiddetta “tassa verde” europea. In tutti i Paesi dell’Unione è scattato l’aumento sulla quota obbligatoria di biocarburanti da miscelare ai combustibili fossili, un rincaro di circa 2 centesimi al litro. Sebbene la misura colpisca tanto la benzina quanto il gasolio, il suo impatto è risultato più distruttivo sul diesel, andando a sommarsi a un’accisa già sensibilmente più alta rispetto ai tempi passati.

Gli effetti della guerra

Ovviamente, agli scenari poc’anzi elencati, bisogna sommare la componente geopolitica, che resta un fattore di pressione continua. Essendo il gasolio un derivato della distillazione frazionata del petrolio greggio, ogni tensione che coinvolga l’Iran o i principali produttori di greggio si riflette subitaneamente sul costo del prodotto finito. In momenti di instabilità, a una domanda di mercato che resta molto elevata — poiché il diesel muove camion, industrie, agricoltura e pesca — corrisponde in modo inevitabile un’impennata disastrosa dei prezzi.

Il vero dramma di questo scenario è la spirale dei rincari che colpisce l’intera economia. Poiché la logistica dipende dal gasolio, l’aumento del costo del pieno viene sistematicamente scaricato sul consumatore finale, gonfiando il prezzo dei beni alimentari e di prima necessità sugli scaffali. Per tentare di arginare questa deriva, il governo italiano ha introdotto un credito d’imposta del 20% sui costi del diesel per il comparto agricolo, estendendo un aiuto già previsto per la pesca. Esempi simili si trovano anche all’estero, come in Lituania, dove l’aliquota sul gasolio è stata temporaneamente ridotta fino al 15 giugno per dare respiro ai settori produttivi.

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