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Il 2025 nero della Case tedesche: i motivi della crisi e il salvagente BMW

L’industria delle quattro ruote teutonica sta vivendo un calo di vendite insolito. La Germania è davanti a un cambio epocale

Il 2025 nero della Case tedesche: i motivi della crisi e il salvagente BMW
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Davide Russo
Davide Russo
Pubblicato il 9 apr 2026

Dopo lo scandalo del dieselgate e gli anni della crisi pandemica, in Germania, qualcosa sembra essersi rotto per sempre. Il tentativo del Gruppo Volkswagen di ripulirsi l’immagine con una ondata di proposte green non è andato secondo le aspettative. Il popolo si è diviso tra puristi che continuano ad amare e guidare auto termiche e progressisti che hanno scelto di lanciarsi con ottimismo nella nuova frontiera della mobilità a zero emissioni.

In questo panorama incerto il modello economico teutonico, valido da decenni, è piombato in un dilemma. Continuare la produzione domestica con tutti i rischi del caso o evitare le perdite migrando fuori confine? Per lo sviluppo di un ecosistema solido e sostenibile diversi marchi tedeschi hanno scelto di legarsi a colossi asiatici, cercando di fronteggiare competitor sempre più agguerriti. Il Made in Germany ha costi sempre più elevati e la crisi energetica sta portando a un cortocircuito che sta facendo tremare i major dalle fondamenta.

Si salvi chi più

La crisi riguarda tutti i principali marchi automobilistici europei, ma in Germania la parola crisi non si era mai quasi sussurrata nei piani alti. Andando a fare una valutazione degli utili nel corso del 2025 si evince un tracollo di Mercedes del 49%, mentre Volkswagen ha segnato un calo del 44%. L’unico costruttore che è riuscito a tenersi in linea di galleggiamento è BMW con una erosione degli utili pari solo al 3%. Il marchio dell’Elica è riuscito a emergere con pochi danni da un 2025 nefasto, soprattutto grazie a un allargamento della gamma.

BMW, infatti, ha consegnato 2,46 milioni di auto (+0,5%) di cui 442.000 full electric. Un risultato positivo che rispecchia un piccolo cambio di mentalità nel Vecchio Continente. Il mercato cinese si è dimostrato deludente, con perdite del 12,5%. La Casa bavarese, grazie a una strategia onnicomprensiva, ha esteso le sue proposte a una nuova generazioni di automobilisti, senza dimenticare gli appassionati storici. Il piano ha portato a un contenimento dei costi, grazie a una produzione efficiente. BMW vanta da 3 decenni una factory negli Stati Uniti (Spartanburg) che occupa 11.000 operai e produce 1.500 auto al giorno. Con lungimiranza BMW ha superato anche lo scoglio dei dazi impostati dal presidente degli Stati Uniti. A Monaco di Baviera hanno risparmiato 2,9 miliardi di dollari negli ultimi dodici mesi.

Il business model di BMW

Negli anni scorsi il mercato cinese aveva rappresentato una garanzia per i top brand tedeschi. Oggi il cliente con gli occhi a mandorla ha maturato la convinzione di favorire le proprie Case. Con una contrazione che arriva da Est i produttori di auto in Germania dovrebbero replicare la strategia di BMW. Costi di sviluppo più modesti, materiali meno costosi, amministrazione più snella, un modello virtuoso che ha permesso la salvaguardia dei conti del marchio.

Dietro a questo programma vincente c’è il CEO Oliver Zipse che ha ribattezzato la strategia “Power of Choice”. La possibilità di scegliere, stile Toyota, tra più motorizzazioni sui diversi mercati crea un mix di proposte sempre al passo con i tempi. Nel caso in cui la tecnologia full electric perdesse colpi, BMW potrebbe subito fronteggiare una profonda crisi con soluzioni in linea con le esigenze dei clienti storici.

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