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Caro carburante, quanto stanno guadagnando le compagnie petrolifere

I calcoli sulla composizione del prezzo al litro mostrano come dall'inizio della guerra la bolletta energetica dell'UE sia cresciuta di 14 miliardi

Caro carburante, quanto stanno guadagnando le compagnie petrolifere
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Daniele Di Geronimo
Daniele Di Geronimo
Pubblicato il 13 apr 2026

Uno dei punti cruciali di tutta questa vicenda sul caro carburante è legata a chi, sulla crisi, ci sta guadagnando. Ne abbiamo in parte parlato raccontando dell’ipotesi del governo sulla tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Abbiamo riportato le elaborazioni del Codacons secondo cui le compagnie petrolifere (e la filiera) incassano ogni settimana circa 88 milioni di euro in più rispetto a febbraio. Parallelamente anche lo Stato ci guadagna, con qualcosa come 61 milioni di euro in più a settimana di accise. Chi ci rimette? Gli automobilisti. Per evitare che l’analisi venga liquidata come demagogica e qualunquista vediamo di comprendere meglio come stanno le cose.

Da cosa dipende il prezzo al litro

Su ogni litro di gasolio acquistato al distributore, il prezzo industriale rappresenta oggi il 59,4% del totale (il 55,1% nel caso della benzina). Il restante 40,6% è composto dalle tasse (Iva e accise) con queste ultime temporaneamente ridotte grazie al decreto del governo. Una riduzione che in passato non si è rilevata capace di incidere, ma tant’è. Sommando entrambe le voci, il costo aggiuntivo complessivo per gli automobilisti italiani supera i 150 milioni di euro a settimana.

Dentro quella quota industriale, oltre al costo vero e proprio del petrolio raffinato, c’è un margine lordo che serve a pagare tutti i passaggi della filiera: chi compra e rivende il greggio, chi lo trasporta, chi lo distribuisce. È proprio questo margine (variabile e non regolamentato) a gonfiarsi quando i prezzi salgono. I gestori dei distributori, invece, non ci guadagnano nulla di extra perché il loro compenso è fisso, tra i 3 e i 5 centesimi al litro, indipendentemente da quanto costa il carburante.

Qual è, invece, la posizione dei petrolieri? Le compagnie dichiarano come parte di quell’aumento dei margini rifletta la crescita dei costi reali. Le assicurazioni marittime sono esplose dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, i costi di raffinazione sono saliti e le rotte di approvvigionamento si sono allungate. Il punto in discussione non è se i costi siano aumentati, ma se l’aumento dei prezzi alla pompa sia proporzionato a questi incrementi e soprattutto perché, in un modo o nell’altro, a pagare siano sempre gli stessi e in cui anche lo Stato ci guadagna senza che questo si traduca in una tutela concreta per i cittadini.

Le reazioni

Quando si tocca il portafoglio difficilmente le reazioni rimangono caute. Anche perché, al netto di questioni internazionali più grandi, diventa difficile da accettare l’idea che, per un motivo o per un altro, altri si arricchiscano (o comunque non ci rimettano) e gli utenti finali siano gli unici a pagare davvero le conseguenze di queste dinamiche. Non è un caso che la reazione a questa situazione è quella di una frustrazione diffusa con poca fiducia nelle misure del governo e una crescente insofferenza verso un sistema percepito come strutturalmente ingiusto.

C’è poi chi guarda alla crisi come alla conferma che la transizione energetica andava accelerata anni fa, e chi invece frena sull’elettrico per via dei costi ancora elevati delle auto e delle colonnine pubbliche. Il punto su cui quasi tutti convergono è uno: il meccanismo che scarica sui consumatori i rialzi del greggio in tempo reale, mentre i cali impiegano settimane a trasmettersi alla pompa, è considerato inaccettabile. E stavolta i numeri del Codacons forniscono una base solida a questa convinzione.

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