Industria auto USA contro le auto cinesi: stop agli stabilimenti sul suolo americano
Cinque associazioni chiedono a Trump di bloccare anche gli stabilimenti cinesi sul suolo americano. Aumenta la tensione fra USA e Cina
Se non bastavano le tensioni internazionali già esistenti ora arriva un nuovo tassello che contrappone USA e Cina. E lo fa sul terreno, già critico, dell’industria auto. Cinque delle più importanti organizzazioni dell’industria automobilistica americana hanno inviato una lettera ufficiale alla Casa Bianca. I firmatari (Alliance for Automotive Innovation (che rappresenta GM, Ford, Toyota, Volkswagen, Stellantis e altri), National Automobile Dealers Association, Autos Drive America, American Automotive Policy Council e MEMA, l’associazione dei fornitori) chiedono di mantenere le barriere esistenti contro i produttori cinesi. Il punto più politicamente delicato è però un altro. La lettera chiede esplicitamente di respingere qualsiasi tentativo dei costruttori cinesi di aggirare le restrizioni aprendo stabilimenti sul suolo americano.
La posizione dell’industria statunitense
È una posizione che, oltre a essere già forte di suo, è in aperto contrasto con quella di Donald Trump. Il presidente USA al Detroit Economic Club aveva infatti dichiarato di accogliere favorevolmente chi vuole costruire fabbriche e assumere lavoratori americani. Le associazioni di categoria hanno replicato che la logica del tycoon non regge perchè le distorsioni di mercato e i rischi per la sicurezza nazionale sono identici indipendentemente da dove vengono assemblati i veicoli.
L’ambasciata cinese a Washington ha respinto le accuse. In una nota, ha affermato che le auto cinesi sono popolari a livello globale non grazie a pratiche sleali, ma per la competitività tecnologica e la qualità dei prodotti, frutto di una concorrenza di mercato agguerrita. E ha ricordato che la Cina ha sempre tenuto aperte le porte alle case automobilistiche americane, che hanno ampiamente beneficiato del mercato cinese.
Al di là degli stabilimenti, il problema resta. Perché a oggi più della metà delle batterie prodotte a livello globale arrivano da produttori cinesi (nello specifico CATL e BYD). Produrre un veicolo elettrico negli Stati Uniti, quindi, non garantisce autonomia industriale se le celle della batteria e i componenti elettronici rimangono dipendenti dai fornitori cinesi.
C’è anche una questione di cybersecurity
Il problema non è solo strettamente produttivo. Anzi è per molti aspetti più strutturale e legato alle caratteristiche delle auto moderne. Le auto, infatti, raccolgono e trasmettono continuamente dati (posizione GPS, telecamere, aggiornamenti over-the-air) e Washington teme che questi flussi possano finire sotto il controllo di soggetti cinesi.
Una normativa del Dipartimento del Commercio americano entrata in vigore a marzo 2026 impone ai costruttori di certificare che il software essenziale per i veicoli connessi venduti negli USA non contenga codice sviluppato in Cina. Restrizioni analoghe sull’hardware sono previste per il 2029. Tesla ha già ridotto la propria dipendenza da fornitori cinesi per i modelli prodotti negli Stati Uniti. Altri stanno cercando di fare altrettanto, ma i tempi di riconversione della supply chain sono lunghi.
La lettera dell’industria auto arriva inoltre in un momento diplomaticamente delicato. Il summit tra Trump e Xi Jinping (inizialmente previsto per fine marzo) è stato rinviato a maggio. Sul tavolo non ci sarà solo la questione dell’industria automobilistica. Pechino punta soprattutto ad allentare i controlli tecnologici, rimuovere le sanzioni su oltre mille aziende cinesi e ridurre le restrizioni agli investimenti diretti negli USA. Da sciogliere, quindi, questioni cruciali per il futuro di uno dei settori più importanti per entrambe le economie (e non solo).
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